venerdì 16 gennaio 2015

Sarcasmo significa dare un titolo del genere: "Scrivere prima di un venerdì sera sicuramente mi farà bene."

Gli aveva aperto la porta un'altra volta. L'aveva lasciato entrare, lasciò che si ricordasse dei vetri di un bicchiere lanciato contro la parete del salotto, quella sera in cui pioveva fuori, e dentro, tre secchi sotto ai soffitti pieni di gocce che ticchettavano, battevano il tempo degli insulti che lanciavano addosso alla giugulare dell'altro. Gli artigli di lei conficcati nella carne di lui disposti ordinatamente sulla mensola della libreria, vicino alle pinzette che servirono un tempo a estrarli. Le zanne di lui conficcate nella carne di lei riposte in una ciotola rosso trasparente sul tavolino rotondo davanti alle sere di brindisi e carezze pesanti su quei divani pieni di buchi. 28, i buchi, come le sigarette sfuggite dalle loro mani quando improvvisamente si smetteva di ridere e respirare, qualche minuto prima di farci la guerra sopra. Ore di apnea nella nebbia, i corpi immersi nella cenere.

Lì all'angolo, la cera della candela vecchia di nove mesi, incrostata fra le corde della chitarra.
"Tanto io non so suonare", aveva detto quella volta lei, e intanto faceva colare il liquido dalle mani di lui e su tutti i suoi accordi sconosciuti. Come una maschera mortuaria, senza il buio del lutto ma piena di ultimi addii.
Lui, superandola, non guardandola, si muoveva piano fra i ricordi. Lei indietreggiando, si vergognava. Le sembrava di essere tornata dentro l'armadio nel quale si nascondeva a otto anni, e la bambina bionda, per giustificare la santificazione di tutte quelle macerie, lo avvicinò, gli si strinse all'orecchio e gli canticchiò, a voce bassa la canzone delle sue estati in riva al mare: "Quando lei se ne andò, per esempio, trasformai la mia casa in un tempio". Ma il viso di lui non si increspava, le rughe sulla fronte non si agitavano, in quel momento vedeva e sapeva ciò che si aspettava. Sul divano, di nuovo, lei, piccola, scambiava la sua nuova carezza per l'ennesimo attentato all'innocenza. Lui, quelle di lei, come un'assicurazione sulla morte.
Era l'inizio della Grande Guerra, dell'ultima, quella totale, affinché nemmeno un germoglio nascesse dalle macerie di quella casa, dalle rovine della loro rovina. E così fecero, dal divano sparsero il sale sulla terra conquistata dal nemico. Forse Dio. Forse il mondo intero. Senza dire nulla, sale sulla cenere.
Dopo essersi rivestiti ad occhi chiusi lei trovò necessario accendere una sigaretta, lui trovo necessario versare qualche lacrima in silenzio perché il rito non va spezzato: sale sulla cenere. Cominciarono a ripulire la memoria della casa, e mentre spostavano mobili e ispezionavano gli angoli, mentre lei raccoglieva in ginocchio pezzo per pezzo i vetri di quel vecchio bicchiere lanciato quando ancora esisteva la forza, trovò necessario, vitale, pensare di bucargli lo stomaco e incidergli le guance. Mentre lui puliva la chitarra annientando il suono e il silenzio e il ricordo, si sforzava di non colpirla con lo strumento e poi strangolarla.
Quando diedero fuoco al divano per nascondere i buchi pensarono di spingere l'altro dentro le fiamme. Poi spensero l'incendio con quei tre secchi di pioggia e pensarono di voler annegare.
Lui si avvicinò al tavolino, allungò la mano verso la ciotola rossa e rimise le zanne al loro posto, dietro ai denti. Lei si riprese gli artigli e li nascose sotto alle unghie. Percorsero il lungo corridoio al buio, uscirono, si chiusero la porta di quella casa alle spalle e inghiottirono la loro chiave.
Nemmeno quando si ritrovarono sotto al cielo scoperto riuscirono a guardarsi. Passarono esattamente sessanta secondi di immobilità, schiena contro schiena.
Poi cominciarono a camminare, una a est e uno a ovest e non in altre direzioni, mai, perché il nord avrebbe dovuto essere la loro casa e, almeno una volta, in guerra, bisogna rispettare la sacralità della sconfitta e rispettare i luoghi di culto.