Le intenzioni erano buone.
giovedì 9 aprile 2015
Il viaggio è la vita nel 2012
Questo pezzo lo scrissi il 30 dicembre 2012. Avevo cambiato vita solo da qualche mese. Lo rileggo, mi trovo bella, mi trovo convinta, provo dell'affetto nei miei confronti. Mi agito se ripenso che questi erano i miei punti fissi, le mie credenze. Ora, forse, non più. Cosa c'è di immobile in noi? Forse nulla. Ma io pensavo che il mio punto immobile fosse la mobilità. Io cercavo di fregare tutti. Con il mio ingenuo romanticismo, che credo di stare perdendo, ma a questo punto immagino stia solo mutando.
"Il fatto, Denis, è che noi siamo viaggiatori. Per me essere una viaggiatrice significa anche questo. Prendere tante nuove cose e lasciar scivolare via tutto nel passato, andare avanti, sempre avanti, sempre più lontano. Forse è per questo che sono tanto attaccata alle cose. Non mi piace buttare via nulla. Ho paura che tutto ciò che ho vissuto non sia mai accaduto ma, soprattutto, ho il terrore di dimenticare le cose importanti della mia vita. Certe volte mi hanno risposto che se le cose hanno un vero significato, allora non si scordano mai. Beh, non è vero. A me è accaduto molte volte, e accetterei di gran lunga la tortura del distacco piuttosto che l’apatia della tabula rasa. Al tempo stesso però, quei ricordi non bastano più. I luoghi e le persone frequentati da sempre sono rassicuranti, ma non ci spingono mai alla stabilità. E allora io, te e tutte le persone come noi, cerchiamo di andare via. Non sappiamo di preciso cosa stiamo rincorrendo, ma lo stiamo facendo con una forza e una speranza che forse un giorno ci porterà alla rovina.
Il viaggio ci ha illuminato. Il viaggio è la nostra maledizione. Non siamo capaci di pensarci in mezzo ad un luogo e ad un ambiente in maniera permanente. Io non riesco nemmeno a concepirlo. Io vedo solo fasi e tappe davanti a me. Non c’è mai un posto abbastanza perfetto da spingermi a posare le valigie, a disfare i bagagli e a pianificare una vita. Guardo sempre oltre, guardo sempre al futuro e mai al presente. Non faccio in tempo ad arrivare in un posto e già dentro di me si agita l’impulso di volerlo scavalcare, di voler andare ancora più in là. Cerchiamo qualcosa, non sappiamo cosa. E non c’è mai un luogo in cui possiamo fermarci e dire “ecco, ora è tutto perfetto”. Non c’è mai la completezza. C’è sempre qualcosa che manca, che non ci fa stare interamente e internamente bene. L’ultimo pezzetto di un puzzle colorato perso chissà dove, in quali anni, in quali date e in quali traumi.
È questo che ci rende dei viaggiatori. È ciò che siamo e saremo sempre. Non dei traduttori o degli interpreti, né delle hostess di volo, né delle esploratrici o dei musicisti in tournée o aviatrici o aviatori. Tutto ciò passa in secondo piano, è solo un cercare di adattare brandelli della nostre vera natura a parti di società. Qui c'entra il nostro istinto primordiale. E l’essere viaggiatrici comporta imparare sempre, in ogni momento. Conosciamo luoghi e persone. E per quanto riusciamo a creare rapporti veri e sinceri e fenomenali e unici nella loro episodica apparizione, quei momenti grandiosi che solo le avventure ti possono regalare, sappiamo dentro di noi che ciò non durerà, che dovremo lasciare tutto ancora una volta. Lo stiamo già facendo a Trieste.
Ed è per questo che io e te non potremo mai più tornare a vivere a Roma. Abbiamo compiuto il grande passo, e non possiamo condurre delle vite parallele in due diverse città. No. Roma è stata la nostra casa per anni, lì ci sono i nostri amici, i nostri legami più stretti. Questi rimarranno sempre, ma non saranno mai uguali a com’erano una volta. Mai più. Qualcosa cambia, si sfalda, le vite scorrono, la tua e quella degli altri, e si ramificano e prendono strade opposte. E quegli incontri con i ricordi del passato diventano soltanto degli incroci di diversi mondi. E non sappiamo mai cosa succederà, non sappiamo se quelle persone per le quali eravamo punti di riferimento e che lo erano per noi, cesseranno di essere tali. Se un giorno loro si sveglieranno e penseranno che forse ce ne siamo andate non solo per le opportunità e la curiosità, ma perché anche loro non erano abbastanza per noi. Chissà se un giorno crederanno che le abbiamo tradite. Chissà se ci perdoneranno, loro, che non cambierebbero mai quartiere né lavoro né ristoranti.
Eppure noi continuiamo a viaggiare. E quando torniamo a casa ci accorgiamo che questa non esiste più. E in quell’esatto momento ci rendiamo conto di aver fatto una scelta importantissima, una scelta che gente come noi non potrà mai più rinnegare. Ormai abbiamo dato inizio alla nostra avventura dalla quale non possiamo tornare indietro, e dovremo contare esclusivamente sulle nostre forze. Abbiamo scelto la libertà e l’indipendenza, ed è per questo che la solitudine ci ha scelto. Certe volte nutrendoci, certe volte sbranandoci. Ed è per questo che certe volte tu mi picchi senza sapere il motivo, solo perché hai una grande rabbia dentro, e sai che fra qualche minuto dovrai tornare a casa tua e lasciare la mia, di casa. Perché io non ti inviterò a dormire da me, e tu non me lo chiederesti mai, perché noi siamo indipendenti. Mi picchi ed io ti lascio fare, perché so cosa stai provando. E quando mi fai male ti fermi, mi abbracci, mi chiedi di sedermi sul divano vicino a te, prendi una coperta, ti ci rinchiudi dentro e appoggia la tua testa sulla mia pancia. Poi mi dici: “Scusa, se vuoi ti faccio i bliny russi che ho imparato a fare a Tomsk quando vivevo lì da piccolo”, e io intanto ti accarezzo i capelli e ti dico di non preoccuparti. E quei pochi minuti si trasformano in ore, insieme. Perché ognuno di noi avrebbe dormito nel proprio letto, perché è la nostra natura. Eppure in certe notti non siamo pronti. Certe volte il nostro essere viaggiatori sembra una missione pesante e complicata. Un duro macigno che non possiamo mai appoggiare a terra. Mai, nemmeno una volta. Altrimenti saremmo noi a romperci in mille pezzi.
Non possiamo fermarci, Denis. Non possiamo pensare ad una storia d’amore a lungo termine, né ad una famiglia. Non possiamo avere amici che vivano con noi il nostro quotidiano, perché noi non abbiamo un quotidiano. Non possiamo nemmeno avere amici come noi, perché quelli come noi prima o poi se ne vanno via. Sì, Denis, è vero, noi siamo amici. E credo che lo saremo per un lungo periodo. Però ci lasceremo, come abbiamo lasciato tutti. La nostra famiglia, le nostre radici, il nostro sangue. Conosceremo e faremo grandi cose, ma non saranno mai legate strette a noi. In ogni stretta di mano i nostri occhi sono già puntati sulla prossima persona alla quale presentarsi. Siamo irrequieti, sì. Abbiamo bisogno di essere soli con noi stessi, e allo stesso non ci bastiamo. Per i motivi più diversi. È per questo che siamo viaggiatori. Ed è per questo che io e te, quando torneremo a Roma per le vacanze di Natale, non troveremo nessuno ad accoglierci, sebbene braccia e sorrisi siano lì. Sebbene la città si pieghi davanti a noi. Non c’è più nessun contatto, più nessun legame. Siamo due profughi, come lo è stata mia madre, come lo è stata la tua. Forse sono state loro a passarci questo gene.
Ma una cosa è certa. Io e te a Roma non ci vedremo.
Io e te siamo destinati ad incontrarci in viaggio.
E ora è tardi. È meglio che tu vada a casa. Domani ci organizziamo per andare a Kutná Hora, che in Inghilterra avevo conosciuto una ragazza che può ospitarci lì."
venerdì 16 gennaio 2015
Sarcasmo significa dare un titolo del genere: "Scrivere prima di un venerdì sera sicuramente mi farà bene."
Gli aveva aperto la porta un'altra volta. L'aveva lasciato entrare, lasciò che si ricordasse dei vetri di un bicchiere lanciato contro la parete del salotto, quella sera in cui pioveva fuori, e dentro, tre secchi sotto ai soffitti pieni di gocce che ticchettavano, battevano il tempo degli insulti che lanciavano addosso alla giugulare dell'altro. Gli artigli di lei conficcati nella carne di lui disposti ordinatamente sulla mensola della libreria, vicino alle pinzette che servirono un tempo a estrarli. Le zanne di lui conficcate nella carne di lei riposte in una ciotola rosso trasparente sul tavolino rotondo davanti alle sere di brindisi e carezze pesanti su quei divani pieni di buchi. 28, i buchi, come le sigarette sfuggite dalle loro mani quando improvvisamente si smetteva di ridere e respirare, qualche minuto prima di farci la guerra sopra. Ore di apnea nella nebbia, i corpi immersi nella cenere.
Lì all'angolo, la cera della candela vecchia di nove mesi, incrostata fra le corde della chitarra.
"Tanto io non so suonare", aveva detto quella volta lei, e intanto faceva colare il liquido dalle mani di lui e su tutti i suoi accordi sconosciuti. Come una maschera mortuaria, senza il buio del lutto ma piena di ultimi addii.
Lui, superandola, non guardandola, si muoveva piano fra i ricordi. Lei indietreggiando, si vergognava. Le sembrava di essere tornata dentro l'armadio nel quale si nascondeva a otto anni, e la bambina bionda, per giustificare la santificazione di tutte quelle macerie, lo avvicinò, gli si strinse all'orecchio e gli canticchiò, a voce bassa la canzone delle sue estati in riva al mare: "Quando lei se ne andò, per esempio, trasformai la mia casa in un tempio". Ma il viso di lui non si increspava, le rughe sulla fronte non si agitavano, in quel momento vedeva e sapeva ciò che si aspettava. Sul divano, di nuovo, lei, piccola, scambiava la sua nuova carezza per l'ennesimo attentato all'innocenza. Lui, quelle di lei, come un'assicurazione sulla morte.
Era l'inizio della Grande Guerra, dell'ultima, quella totale, affinché nemmeno un germoglio nascesse dalle macerie di quella casa, dalle rovine della loro rovina. E così fecero, dal divano sparsero il sale sulla terra conquistata dal nemico. Forse Dio. Forse il mondo intero. Senza dire nulla, sale sulla cenere.
Dopo essersi rivestiti ad occhi chiusi lei trovò necessario accendere una sigaretta, lui trovo necessario versare qualche lacrima in silenzio perché il rito non va spezzato: sale sulla cenere. Cominciarono a ripulire la memoria della casa, e mentre spostavano mobili e ispezionavano gli angoli, mentre lei raccoglieva in ginocchio pezzo per pezzo i vetri di quel vecchio bicchiere lanciato quando ancora esisteva la forza, trovò necessario, vitale, pensare di bucargli lo stomaco e incidergli le guance. Mentre lui puliva la chitarra annientando il suono e il silenzio e il ricordo, si sforzava di non colpirla con lo strumento e poi strangolarla.
Quando diedero fuoco al divano per nascondere i buchi pensarono di spingere l'altro dentro le fiamme. Poi spensero l'incendio con quei tre secchi di pioggia e pensarono di voler annegare.
Lui si avvicinò al tavolino, allungò la mano verso la ciotola rossa e rimise le zanne al loro posto, dietro ai denti. Lei si riprese gli artigli e li nascose sotto alle unghie. Percorsero il lungo corridoio al buio, uscirono, si chiusero la porta di quella casa alle spalle e inghiottirono la loro chiave.
Nemmeno quando si ritrovarono sotto al cielo scoperto riuscirono a guardarsi. Passarono esattamente sessanta secondi di immobilità, schiena contro schiena.
Poi cominciarono a camminare, una a est e uno a ovest e non in altre direzioni, mai, perché il nord avrebbe dovuto essere la loro casa e, almeno una volta, in guerra, bisogna rispettare la sacralità della sconfitta e rispettare i luoghi di culto.
Iscriviti a:
Post (Atom)
